Giugno 9, 2023

Regione Sicilia, Miccichè e l’aumento degli stipendi: «Lo dice l’Istat. Perché solo noi no, abbiamo la peste?»

Il «ribelle» di Forza Italia: «Chi guadagna molto, essendo generalmente più capace di altri, eviterà di candidarsi. Se la politica conviene solo a chi è disoccupato, vuol dire che ci dobbiamo tenere i Di Maio»

Se i deputati dell’Assemblea siciliana, mentre discutevano della Finanziaria, hanno potuto inserire nel bilancio di Palazzo dei Normanni l’aumento di 900 euro dei loro stipendi, portandoli così a 12 mila euro lordi, è merito del voto segreto. E chi l’ha proposto? Gianfranco Miccichè, il ribelle di Forza Italia rimasto solo nel suo partito, ma in questo caso vincente perché la maggioranza del Parlamento regionale l’ha seguito. Con imbarazzo, per molti. Senza esporsi apertamente, votando in segreto. Adesso che tanti parlano di «vergogna», l’ex presidente della stessa Assemblea si sorprende semmai del fatto che il suo successore, Gaetano Galvagno, pupillo di Ignazio La Russa, non replichi risentito alla richiesta di correggere il provvedimento, come chiede il vertice di FdI.

Perché si stupisce, onorevole Miccichè, davanti alla critica di un assalto alla diligenza anche in tempi di magra per tutti?

«Si può fare un discorso serio, o no? Lo sa che periodicamente scatta per tutti la rivalutazione Istat? Scatta per evitare che lo stipendio abbia un crollo rispetto al potere di acquisto. Un tempo c’era la scala mobile. Adesso, l’Istat. E in ogni periodo tutti gli stipendi del nostro Paese vengono adeguati. Fa eccezione chi ha un contratto con una azienda privata. Ma impiegati, carabinieri, magistrati, insegnanti, tutti…».

Quindi, anche i politici…?

«Ecco, siamo al nodo intrecciato all’aggressione alla politica, problema da affrontare».

Stiamo parlando di retribuzioni. Le sembrano pochi 11.100 euro?

«Io sono libero di parlare perché entrando in politica ho perso un patrimonio».

Prima guadagnava di più?

«Fino al 27 marzo 1994 lavoravo in Fininvest. Poi deputato a Montecitorio. Quell’anno dichiarai le mie entrate: 166 milioni (di lire, ovviamente) per gli ultimi nove mesi e 80 per i primi tre mesi. Perché prima percepivo quasi 30 milioni al mese. Lordi. Ma quasi il doppio della Camera. Io adesso vivo comodo. Non chiedo di più. Ma dovrei vergognarmi del mio passato, quando facevo contratti a centinaia, incrementando la mia percentuale?».

Non è questo in discussione. Oggi ci si danna per portare le pensioni minime a 600 euro al mese e voi vi aumentate lo stipendio di 900 euro.

«Ancora. Non ci aumentiamo niente. Abbiamo uno stipendio come tutti i ruoli nello Stato. Se l’inflazione vola all’8 per cento, scatta l’Istat. Il resto è demagogia. E poi basta con questo attacco alla Sicilia?».

Parlano di un siculo cattivo esempio.

«Il sospetto grava sempre sulla Sicilia. Ma lo stesso aumento è scattato per i Consigli regionali nel Lazio, in Umbria e nessuno se ne è accorto. Tutti zitti. La peste è solo da noi. Lo facciamo un discorso serio?».

Beh, è sua la provocazione di proporre la riduzione dei vostri stipendi a 2 ore lordi…

«Provocazione? La mia è una proposta serissima. Parto da un principio. La politica è una missione. Quindi non deve essere considerata una occasione di arricchimento. Per questo propongo di garantire a chi entra in politica lo stipendio che guadagnava prima. Con una simbolica aggiunta di 2 euro. Facevi il bancario o il medico, a 3 mila euro o a 5 mila euro? Il tuo stipendio resta quello».

Immagino le critiche per le inevitabili disparità. Soprattutto se guadagna il doppio o il triplo. E se uno è disoccupato?

«Si stabilisce uno zoccolo minimo».

Dal reddito di cittadinanza al reddito di politica?

«Che leggerezza. Ma si può fare un discorso serio? Ecco perché contro chi rappresenta le istituzioni scatta il diritto di dileggio. Cerchiamo di capire che se continuiamo a tagliare, come abbiamo fatto negli ultimi anni, avremo l’effetto contrario. Chi guadagna molto, essendo generalmente più capace di altri, eviterà di candidarsi. Se la politica conviene solo a chi è disoccupato, vuol dire che ci dobbiamo tenere i Di Maio».

Lei si schierò anche a difesa del cosiddetto vitalizio.

«La parola suona come una bestemmia. Si chiama pensione. Ed è un diritto di tutti. Era forse un privilegio negli anni Novanta, con cifre considerevoli. Non adesso con il “contributivo”. Fico lo eliminò alla Camera. Io fui massacrato in tv. E poi la Corte costituzionale ha obbligato la Camera a restituire tutti i soldi. Ma di questo nessuno parla».

Resta il fatto che il suo successore, il presidente Galvagno, sensibile ai richiami romani di FdI forse rimetterà in discussione i 900 euro…

«Ai richiami avrebbe dovuto rispondere solo in un modo: accetto il consiglio, ma perché non fate la stessa cosa nelle regioni dove FdI ha voce e governa? A cominciare da Umbria e Lazio. Se invece risponde obbedisco è finito un Parlamento».

11 febbraio 2023 (modifica il 11 febbraio 2023 | 17:33)

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