Dicembre 8, 2022

La Russia sta implodendo? E dobbiamo sperarlo o temerlo? Il rischio caos e la profezia di Eisenhower

Secondo l’Economist, «la Russia rischia di diventare ingovernabile e precipitare nel caos». Ma come dobbiamo porci di fronte a questa ipotesi? Chi ci punta apertamente? E quali sarebbero i rischi?

Arrivati a sette mesi, tondi, di guerra, una questione riaffiora puntualmente: Putin può cadere? La Russia può implodere? Il conflitto può terminare finalmente con l’autocombustione del contendente meno atteso, l’aggressore superpotente anziché l’aggredito indifeso? Il fatto che i due assunti di partenza si siano rivelati sballati — l’aggressore non è così superpotente e l’aggredito non è affatto indifeso — finirà per tradursi in un crollo degli invasori, sul fronte interno prima ancora che sul campo di battaglia? E quali potrebbero essere le conseguenze globali di quel crollo?

Finora, al ciclico riproporsi di queste domande, il consueto giro di analisi sulla stampa internazionale finiva per convenire a stragrande maggioranza che no, il frutto di Putin è avvelenato ma non ancora abbastanza maturo da cadere, il grosso della popolazione sta con lui per paura, convinzione, abitudine o convenienza, l’élite si guarda bene dallo sfidarlo, i potenziali successori sono screditati dall’andamento della guerra e in competizione fra loro, eccetera eccetera. In sostanza, l’opinione comune era che Putin fosse, e sia, uno zar non di nome ma di fatto, per la presa ferrea sul Paese e la capacità di declinare a suo favore la miscela di nazionalismo, nichilismo e frustrazione che è la sottotraccia perenne dell’anima russa.

Per questo ieri sera in molte redazioni di giornali sparse sul pianeta qualcuno è sobbalzato vedendo arrivare la mail dell’Economist che annunciava il nuovo intervento del suo stimato Russian editor, Arkady Ostrovsky, dal titolo così sbilanciato — «La Russia rischia di diventare ingovernabile e di precipitare nel caos» — da farsi aprire immediatamente.

Ma cosa dice Ostrovsky? In sintesi, questo:

• Uno Stato fallito

«La guerra di Putin sta trasformando la Russia in uno Stato fallito, con confini incontrollati, formazioni militari private, popolazione in fuga, decadenza morale e la possibilità di un conflitto civile. Sebbene la fiducia dei leader occidentali nella capacità dell’Ucraina di resistere al terrore di Putin sia aumentata, cresce la preoccupazione per la capacità della Russia di sopravvivere alla guerra. Potrebbe diventare ingovernabile e precipitare nel caos».

• I confini in via di liquefazione

L’annessione farsa di 4 territori ucraini e il successivo, rapido ritiro da Kherson hanno stabilito un precedente devastante: la Russia perde territori che considera suoi, e dopo averli appena dichiarati suoi. Già Lucio Caracciolo ha sottolineato che questo, di per sé, vuol dire che tecnicamente è cominciata la disintegrazione dell’impero. L’Economist è sulla stessa linea, e cita la politologa Ekaterina Schulmann: «La Federazione Russa, così come la conosciamo, si sta autoliquidando e sta entrando in una fase di Stato fallito. L’annessione non scoraggerà le forze ucraine, ma creerà dei precedenti per le regioni russe in crisi, comprese le repubbliche del Caucaso settentrionale, che probabilmente si dirigeranno verso l’uscita se il governo centrale inizierà ad allentare la presa».

La fine del monopolio statale della forza

Da che Stato è Stato, da che Hobbes ne ha spiegato le caratteristiche precipue, la prima è che detenga in modo esclusivo l’uso della forza, allo scopo di garantire la sicurezza dei cittadini in cambio della loro obbedienza. In Russia, ora, è tutto un proliferare di milizie che rispondono solo ai loro capi, dai mercenari della Wagner di Evgeny Prigozhin ai «Kadyrovtsy», l’esercito privato del leader ceceno Ramzan Kadyrov, finora un alleato ferreo di Putin ma pronto — dopo averlo represso — a cavalcare il ricorrente irredentismo ceceno se a Mosca dovesse scoppiare il caos (vedi l’analisi dell’australiano Matthew Sussex su The Conversation). Non solo: l’anarchia dilaga proprio nella capitale, dove «anche le agenzie di sicurezza governative sono sempre più al servizio dei propri interessi aziendali». Una rivalità, quella tra i vari servizi segreti, che Putin ha usato per vent’anni pro domo sua ma che ora può scoppiargli in mano.

• Il senso di minaccia per la gente comune

Questo è un fattore decisivo: «Putin ha rotto il fragile consenso in base al quale la gente aveva accettato di non protestare contro la guerra e, in cambio, di essere lasciata in pace». Ora, i trecentomila coscritti di settembre non sanno se saranno vivi tra pochi mesi. Altre trecentomila persone sono fuggite dopo l’ultima mobilitazione e si aggiungono alle altrettante trecentomila delle prime settimane di guerra. «La maggior parte di loro sono giovani, istruiti e pieni di risorse. Il pieno impatto della loro partenza sull’economia e sulla demografia del Paese non si è ancora manifestato, ma la tensione sociale sta aumentando».

La strada senza uscita

«Putin non può vincere, ma non può nemmeno permettersi di porre fine al conflitto». Conta su tre cose: propaganda, repressione e stanchezza delle opinioni pubbliche occidentali.

• La profezia di Navalny

Ha detto il leader dell’opposizione durante una delle sue udienze in tribunale: «Non siamo stati in grado di prevenire la catastrofe e non stiamo più scivolando, ma volando verso di essa. L’unica domanda sarà quanto duramente la Russia toccherà il fondo e se cadrà a pezzi».

Tutti questi ragionamenti, naturalmente, si incrociano con noi, con la nostra tenuta politica, morale ed economica nell’appoggio che da sette mesi assicuriamo agli ucraini, una delle pagine di storia di cui l’Occidente potrà andare più orgoglioso per secoli. Ma come dobbiamo porci di fronte all’ipotesi del caos russo? È chiaro che la fine ideale della guerra sarebbe: l’uscita di scena definitiva di Putin, la sua sostituzione con governanti in grado di assicurare stabilità interna e riallacciare un rapporto fecondo con il mondo libero, la restituzione del maltolto agli ucraini con l’aggiunta delle dovute riparazioni. È altrettanto chiaro, però che tutto questo, e tutto insieme, si colloca nell’improbabile con ampie oscillazioni verso l’impossibile.

Per questo conviene sempre avere a mente la lezione di un grande leader.

Si tratta di Dwight David Eisenhower, che da soldato fermò il nazismo e da presidente il comunismo. Negli anni ‘50, la sua politica estera oscillò tra velleità di Rollback — la dottrina che teorizzava la necessità di contendere territori ai sovietici palmo su palmo, e fu attuata in Iran e Guatemala — al più cauto Containment, la scelta di limitare la loro espansione. Dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, Eisenhower decise di tornare al Containment, basato essenzialmente sull’equilibrio nucleare. Alla fine, la dottrina più lungimirante della sua presidenza si rivelò il cosiddetto Detroit Deterrent, in base al quale alla lunga avrebbe prevalso la superiorità economica e industriale dell’America. Si trattava solo di aspettare, senza sparare un colpo.

Ma tra tutte queste mosse e contromosse, alla fine c’è una frase del 34° presidente degli Stati Uniti che può aiutare a riflettere sulla situazione attuale:

«L’unica cosa peggiore di una vittoria russa è una sconfitta russa».

Che cosa vuol dire? Che fin da allora il meglio della leadership occidentale ragionava sull’ovvia necessità di badare alla tracotanza moscovita ma anche sui rischi di un collasso dell’impero nemico. Quei rischi si sono mostrati in tutta la loro evidenza al crollo dell’Urss, e le conseguenze di quel crollo il mondo le paga ancora: un’esplosione salutare di libertà e autodeterminazione dei popoli, ma anche la bomba a tempo del risentimento russo e di piccoli Stati canaglia fuori controllo e magari armatissimi.

Scrive Matthew Sussex, l’analista australiano: «A parte l’emergenza diritti umani che rappresenterebbe, una Russia frammentata (o nel bel mezzo di una guerra civile) metterebbe la sicurezza regionale e globale in una posizione precaria. Anche una rottura localizzata avverrebbe inevitabilmente lungo linee etniche, e potenzialmente creerebbe una serie di aspiranti staterelli dotati di armi nucleari. E mentre la fine dell’Unione Sovietica ha letteralmente rimodellato la mappa dell’Eurasia, qualsiasi scissione contemporanea del potere russo sarebbe potenzialmente molto più pericolosa, senza alcuna garanzia di poter evitare un effetto domino potenzialmente sanguinoso. È quindi solo ipotetico parlare di un futuro collasso russo? Sì. Ci sono prove che sia imminente? No. Ma per molti versi è proprio questo il problema: quando i regimi autoritari implodono, tendono a farlo molto rapidamente e con poco preavviso».

Il punto è che a coltivare questo scenario, indipendentemente dai rischi che porta con sé, sono esplicitamente alcuni membri della Nato: la Polonia e i Paesi baltici. La loro russofobia va capita e perfino rispettata perché ha radici storiche serie, ma arriva a concepire la guerra in Ucraina come occasione per promuovere la fine della Russia. Ne ha parlato a lungo Limes: in maggio, la Polonia ha ospitato un Forum con gruppi indipendentisti tatari, bashkiri, ceceni, nord caucasici, siberiani e altri. Il refrain: «La completa liberazione della nostra parte di mondo sarà possibile solo quando tutti i popoli che sono ancora oppressi dall’impero del Cremlino diventeranno liberi». I polacchi e i baltici pensano che non sia una questione di «se» ma solo di «quando» anche loro saranno attaccati dai russi, e che l’unico modo per evitarlo sia che la Russia crolli prima, tra fattori interni — ribellione delle repubbliche etniche — ed esterni, una guerra senza compromessi in Ucraina, che non eviti nemmeno di correre il rischio nucleare.

Per tutti questi motivi, ogni volta che si legge della possibilità del collasso russo viene un brivido. Vai a capire se di piacere o di paura.

Questa analisi è stata pubblicata per la prima volta su Rassegna Stampa, la newsletter che il Corriere riserva ai suoi abbonati. Per riceverla occorre iscriversi a Il Punto, di cui Rassegna Stampa è uno degli appuntamenti: lo si può fare qui

24 novembre 2022 (modifica il 24 novembre 2022 | 10:12)

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, 2022-11-24 10:01:00, Secondo l’Economist, «la Russia rischia di diventare ingovernabile e precipitare nel caos». Ma come dobbiamo porci di fronte a questa ipotesi? Chi ci punta apertamente? E quali sarebbero i rischi? , Photo Credit: , Gianluca Mercuri

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