Settembre 25, 2022

Il Giubileo del 2000 non ha fatto crescere l’economia di Roma, lo dice Bankitalia. E quello del 2025?

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Il Giubileo è considerato in maniera unanime un’occasione per rilanciare l’economia di Roma. Roma riceverà un totale di 1,8 miliardi di euro per progetti legati al Giubileo 2025. Di questi 1,3 miliardi saranno gestiti dal Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile per la realizzazione di opere infrastrutturali; 520 milioni di euro, in capo al Ministero del Turismo, sono relativi ai circa347 progettiprevisti nel piano Caput Mundi, che prevede recupero di aree archeologiche, la valorizzazione di musei, la creazione di nuovi itinerari e l’investimento nel patrimonio culturale anche immateriale con il digitale, dovrebbero far aumentare la presenza dei turisti a Roma per il rilancio dell’economia.
Ma secondo uno studio sull’impatto del Giubileo del 2000 pubblicato nel 2019 dalla Banca d’Italia, le cose non sono così lineari: se nell’immediato i grandi eventi stimolano un aumento del turismo e di domanda locale, “a lungo termine i benefici economici sono incerti e raramente superano i costi di organizzazione”. Lo studio ha calcolato l’impatto economico del Giubileo al netto dei fondi pubblici spesi per ospitarlo. La conclusione è che l’evento non ha arricchito Roma, l’ha impoverita: la crescita del valore aggiunto pro capite è stata “trascurabile”, mentre la ricomposizione del lavoro verso settori a più basso valore aggiunto ha determinato una perdita di produttività dell’economia romana.
La versione finale del piano di spesa per il Giubileo del 2000 comprendeva oltre 800 progetti, quasi tutti realizzati tra il 1995 e il 2000; il totale degli investimenti ammontava a 1,88 miliardi di euro, una cifra simile a quella stanziata dal Pnrr. Il 43% dei fondi ha finanziato opere infrastrutturali come l’autostrada per l’aeroporto di Fiumicino, il sottopasso di Castel Sant’Angelo e il parcheggio al Gianicolo, l’Auditorium della musica. Quasi il 17% del totale degli investimenti è stato destinato al miglioramento dei beni culturali; il 14% alla manutenzione e riqualificazione delle aree pubbliche urbane; un altro 14% alla sicurezza. La parte restante dei fondi ha finanziato iniziative di comunicazione e la riqualificazione di strutture ricettive private.
Il Giubileo attirò un gran numero di turisti generando un incremento delle presenze del 42% (da 17 a 24 milioni di presenze). La spesa turistica aumentò del 20%, passando da 4,8 miliardi a 5,8 nel 2000. Il fatto che la spesa sia cresciuta molto meno rispetto alle presenze è in parte dovuto al fatto che i pellegrini spendono meno di altre categorie di turisti.
Che impatto hanno avuto su Roma gli investimenti pubblici e la spesa turistica? Lo studio analizza tre variabili: il valore aggiunto pro capite, il tasso di occupazione e i valori immobiliari. Dopo una inziale espansione, la crescita del valore aggiunto per abitante (variabile che sintetizza gli andamenti dell’occupazione e della produttività del lavoro) si è annullata dopo dieci anni; l’effetto del Giubileo è stato dunque “trascurabile”. Quello che è invece cambiato è il lavoro: a dieci anni dall’evento il tasso di occupazione è risultato stabilmente superiore (58mila posti di lavoro in più), ma con una ricomposizione dell’occupazione verso settori a più bassa produttività e a più basso contenuto di competenze, come costruzioni e servizi. “Coerentemente con questi risultati, nel corso del decennio documentiamo una perdita di produttività del lavoro della città di Roma” si legge nello studio. Una perdita di produttività finanziata con fondi pubblici, precisamente con 32 mila euro per ogni posto di lavoro creato, che “non hanno avuto un impatto sul valore aggiunto pro capite (proxy del PIL locale per capitale), a causa di una perdita di produttività. Lo spostamento settoriale verso rami meno produttivi, che probabilmente hanno generato la perdita di produttività, può essere considerato una conseguenza non intenzionale del mega-evento in esame” ribadisce lo studio. Chi ha invece beneficiato dell’evento sono stati i proprietari di case nelle zone interessate dalle opere infrastrutturali. Infatti “i prezzi delle case nei quartieri periferici sono aumentati significativamente rispetto a quanto osservato altrove, probabilmente grazie alla mobilità e agli investimenti infrastrutturali che hanno aumentato l’attrattiva di alcune aree periferiche” dove i prezzi al metro quadro sono raddoppiati. Un dato non necessariamente positivo per la città, dal momento che l’aumento dei valori immobiliari anche nelle zone periferiche rende inaccessibili le case alla forza lavoro occupata nei settori a bassa produttività (e con bassi salari) in espansione. Ovvero: il divario tra costo della casa e salari per molti si è accentuato.
Per quanto riguardo l’impatto dell’evento sulla spesa turistica nel lungo periodo lo studio non ha rilevato “alcun impatto significativo”. Infatti nella seconda parte del decennio la spesa turistica è tornata a livelli pre-Giubileo. “Questa evidenza è coerente con un trascurabile impatto di lungo periodo dell’evento sul turismo”.
A Roma il comparto alberghi e ristoranti ha registrato una crescita di occupati di circa il 30% tra il 2008 e il 2019. Poi è arrivata la pandemia. In questi giorni 300 lavoratori degli alberghi sono stati licenziati, e c’è chi teme un aumento della precarietà, in un settore da sempre caratterizzato da salari bassi. Nel 2019 a livello nazionale l’82% dei lavoratori nei settori del turismo aveva la qualifica di operaio e percepiva 13mila euro l’anno. Ma oltre la metà era occupato a tempo parziale: guadagnava meno di 10mila euro l’anno, secondo l’elaborazione Fipe-Confcommercio. I dati, ovviamente, non fotografano il lavoro sommerso, più diffuso nei settori delle costruzioni, del commercio, dell’alloggio e della ristorazione. È su questa forza lavoro povera che si regge il turismo. Non va meglio nel settore culturale: un’inchiesta del 2019 del gruppo Mi Riconsci rilevava che oltre la metà dei lavoratori non guadagna più di 8 euro l’ora; molti sono impegnati con il contratto Multiservizi (quello per mense e pulizie). Infine c’è la questione delle guide turistiche che attendono dal 2013 una riforma del settore per le abilitazioni, prevista dal Pnrr, ancora non avviata.
Molte delle opere elencate nel progetto Caput Mundi riguarderanno le aree centrali della città. Ma il 70% dei romani abita in aree periferiche. E se è vero che le opere infrastrutturali beneficiano anche gli abitanti, il vero problema di Roma è la gestione ordinaria. Basterebbe elencare i dati sui tagli ai servizi pubblici locali negli ultimi anni. Uno su tutti: dal 2005 al 2016 il personale addetto al verde urbano è stato è tagliato del 75%, ma è aumentato il verde di competenza del Servizio Giardini. Così se nel 1995 ogni giardiniere gestiva 98 mq di verde al giorno, nel 2016 i mq per giardiniere erano diventati 561. Adesso il progetto Caput Mundi stanzierebbe 30 milioni di euro per un progetto chiamato I parchi Sociali: Le periferie al centro, punti verdi di quartiere “dove erogare una serie di servizi per le fasce più fragili della popolazione (donne, giovani, migranti, bambini e adolescenti, anziani)” – ovvero tutti, tranne i maschi adulti italiani. Roma, in verità, è già piena di parchi. Quello che manca è un piano massiccio di assunzione di giardinieri. Lo stesso è vero per le biblioteche, i musei, gli archivi e tutti i poli culturali così importanti per la città e per il turismo, che oggi fanno ricorso al servizio civile e al volontariato per sopravvivere. La pioggia di fondi straordinari, però, non sembra toccare il nodo della programmazione ordinaria e quello del lavoro. E se l’obiettivo del Pnrr è quello di ridurre la disoccupazione, l’esperienza dell’ultimo Giubileo ci dice che puntare tutto sul turismo, anziché su settori economici a più alto valore aggiunto, non è una strategia sostenibile nel lungo periodo. Anche perché il 60% dei fondi del Pnrr, 122 miliardi di euro su 191,5, è a debito: da restituire, con tanto di interessi.

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