Dicembre 9, 2022

Dopo il voto del 4 marzo la “Buona Scuola” non vive buona salute

La politica scolastica nel nostro Paese è vittima dell’instabilità del sistema di governo

Le novità che vengono introdotte non fanno in tempo ad essere sperimentate; il giudizio sulle riforme viene dato sulla base delle idee sui proponenti e non piuttosto sull’efficacia dei risultati prodotti.

Rivedendo i programmi elettorali di quelle forze politiche che hanno riscosso il maggior consenso alle elezioni, si possono individuare strade diverse ma che possono trovare anche delle convergenze. Da una parte si parla di “scuola aperta” anche al fine di realizzare esperienze di cittadinanza e di “scuola diffusa” con spazi pubblici destinati ad ospitare gruppi di studenti, lezioni a contatto con la natura, per una didattica esperienziale. Una precedente proposta di legge del Movimento 5 stelle (2015) indicava la costituzione di “nuclei per la didattica avanzata” per esercitare l’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo, in relazione alle esigenze del contesto culturale, sociale ed economico. In questi nuclei venivano “comandati” docenti, dirigenti scolastici e ricercatori universitari (ricordano tanto gli IRRSAE). Lo stesso Movimento vuole introdurre una “equipe formativa territoriale” per essere di supporto alle comunità scolastiche. La sperimentazione verrà promossa nell’ottica di ampliamento dell’offerta formativa per innovare la didattica e combattere la dispersione, superare i rigidi confini disciplinari ed organizzare i curricoli in forme interdisciplinari.

Il M5S intende valorizzare il personale docente senza agire sulla competizione, ma sulla collaborazione, sia con incentivi economici generalizzati (avvicinamento alla media dei Paesi europei), sia con la stabilità del posto di lavoro, sia sul fronte della formazione-motivazione e cura, sia nell’ambito delle misure organizzative: flessibilità del curricolo, laboratorialità, team docente e compresenza, tempo scuola, ecc.

Dall’altra parte il “federalismo scolastico” (Lega), che vuole emulare le competenze dei Lander tedeschi da noi già presenti nelle regioni a statuto speciale; questa idea è tornata alla ribalta a seguito di intese firmate dalle regioni Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, per quanto riguarda il conferimento di “più autonomia”, in base all’applicazione dell’ art. 116 della Costituzione. Anche se la cosa dovrà passare per la legislazione ordinaria del prossimo Parlamento, saranno le regioni questa volta a sollecitare. Già otto di loro si sono mosse in tale direzione ed altre si stanno organizzando: l’autonomia dei territori dunque è un tema che tende ad interessare sempre di più il rapporto tra governanti e cittadini.

Fonte dell’articolo: Tuttoscuola.com

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